Aumentare L'Apporto Delle Rinnovabili Al Bilancio Energetico Nazionale e Continentale
di Oscar Graziani Vicepresidente della Comunita' Montana dell'Appennino Cesenate (07/02/09)
In questo freddo e precipitoso inverno abbiamo avuto modo di “tastare con mano” cosa vuol dire per noi e per l’Europa il fenomeno della dipendenza dall’esterno per l’approvvigionamento energetico: che vuol dire munirsi del carburante sufficiente a illuminare le nostre città ed abitazioni, far funzionare gli opifici e gli ospedali, muoversi, scaldarsi, scambiare, comunicare etc. Intendo riferirmi alla “guerra” del gas scoppiata improvvisamente fra Mosca e Kiev a cavallo dell’anno nuovo e per fortuna (nostra, come loro) rientrata, dopo una quindicina di giorni di sostanziale blocco della preziosa fornitura; un periodo che evidentemente è stato troppo breve per poter accorgercene nelle nostre quotidiane pratiche, ma che dovrebbe essere stato comunque sufficiente quale campanello d’allarme da risuonarci in testa, specie in quelle più illuminate o, per così dire, responsabilizzate! Già perché è appena il caso di ricordare che l’Europa, in una proiezione fatta al 2030, dovrà ricorrere ai fini del soddisfacimento del proprio fabbisogno energetico a un 34% dato dal petrolio e a un 29% dal gas, in entrambi i casi con dipendenze dall’esterno (uguale: importazioni) che continueranno a sfiorare percentuali altissime e comunque crescenti nell’ordine fra l’80 e il 90 per cento di quanto occorrerà, tanto per capirci! E in una simile prospettiva l’input che ci arriva da Bruxelles è guardare alle fonti alternative a petrolio e al gas, come le energie rinnovabili, il carbone e (anche) il nucleare. Lasciando da parte gli ultimi due (per complessità delle materie, sicurezza e rilascio in atmosfera, ancora da risolversi in modo, diciamola così, convincente) si definisce comunque strategico puntare sullo sfruttamento dell’energia ricavabile dal sole, dal vento, dall’acqua etc. E quindi lavorare affinchè entro pochissimi anni (viene indicato un primo step entro il 2010) salga dal 6 attuale ad almeno ad un 12% il peso delle fonti rinnovabili nel bilancio energetico europeo. Obiettivo definito minimo ma pure ambizioso, specie se si guarda alle nostre endemiche lentezze italiche: ed è qui che casca l’asino, per me. Faccio prima una piccola digressione per spiegarmi meglio e che è riferita ad una recentissima intervista alla tv italiana data da un premio Nobel americano, a margine del summit di Davos e che a grandi linee può riassumersi nella seguente affermazione: beata l’Italia che ha (secondo lui, ma forse non solo) tutte quante le caratteristiche fisiche, climatiche, geognostiche adatte a sfruttare al meglio l’energia termica, solare, eolica etc. al punto da renderci non solo internazionalmente competitivi, ma addirittura autosufficienti, se lo volessimo davvero, nell’arco di qualche anno a questa parte! E allora, verrebbe da chiedersi, perché non lo facciamo a spron battuto, o quantomeno cominciamo col tuffarci convintamene in siffatta impresa? Una nazione, un popolo e un governo avveduti non esiterebbero più di tanto, viste le enormi incognite e i costi che gravano sulle importazioni di gas e petrolio. E pure a prescindere dalla “variabile” ambientale, sapendo comunque che questa sarà sempre più cogente e decisiva nel prossimo futuro! Come è anche giusto che sia! E allora? Non ho certo la risposta esaustiva a ciò, che probabilmente chi l’avesse davvero meriterebbe un Nobel al cubo! Però ho la vaga impressione che, nonostante ci si ammanti, ad ogni livello e sempre più, di innovazione e alternatività, ben poco si faccia, nel concreto agire di ogni giorno, per cambiare i termini della questione e per imboccare davvero vie diverse per lo sviluppo, a partire appunto dalla ricerca dell’autosufficienza energetica in piena sostenibilità economica e ambientale. Quanti impianti fotovoltaici si sono sinora realizzati (grandi e piccoli) nel Belpaese del sole mio? Molto ma molto meno che in Austria o in Svezia (sic!). Quanti eolici? Un’esiguità (fra l’altro sempre e sistematicamente contrastata da vari interessi contrari) rispetto alla Spagna o al Portogallo! Forse che nei nostri monti e isole non soffia il vento? Quanti invasi (dai mini ai maxi) alpini o appenninici si sono realizzati negli ultimi trenta-quarant’anni e adibiti alla produzione mista idrica ed energetica? Ridracoli e poc’altro! Quanti impianti di smaltimenti rifiuti si sono attrezzati anche per la cogenerazione elettrica? Ginestreto di Sogliano e poco più, che io conosca! Quanti di cogenerazione geotermica (cioè da sfruttamento delle energie sotterranee) implementati al di fuori di Larderello, Bagno di Romagna, Ferrara, Rovigo e pochi altri ancora?Come vedete di materia da riflettere c’è n’è molta in questi sensi, quello che scarseggia è sicuramente il fattore tempo, da recuperare rapidissimamente, se non si vuol perdere la sfida con il resto d’Europa , prima ancora che col nostro stesso futuro.